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Arezzo, l'allarme di Confcommercio "Diminuiscono i negozi di vicinato"

In dieci anni la città di Arezzo ha perso 79 negozi. Il fenomeno è in atto sia nel centro storico che fuori, ma è in periferia che i numeri delle perdite sono più alte, con 53 attività in meno rispetto alle 648 esistenti nel 2008 (-8%). Dentro le mura ne mancano all’appello “solo” 26 delle 681 registrate nel 2008 (-3,8%).

L’allarme arriva dalla Confcommercio aretina, che ha elaborato sul piano locale i dati dell’indagine condotta a livello nazionale dall’associazione di categoria e presentata a Roma lo scorso 6 marzo per fare il punto sulla demografia delle imprese commerciali e turistiche nelle principali città italiane.

A chiudere i battenti – sia in centro che fuori - sono negozi di vario tipo, trasversali per settori merceologia: da quelli specializzati ai non specializzati, dalla moda agli articoli per la casa.

Vivono invece un periodo positivo gli esercizi legati ai prodotti alimentari, in aumento sia in centro (+16) che fuori (+11) grazie al crescente appeal dell’enogastronomia di qualità. Cresce anche il numero delle farmacie, vista l’attenzione crescente dei consumatori per tutto ciò che riguarda salute e benessere, e i negozi di informatica e telefonia, ma questi ultimi solo in centro, mentre in periferia subiscono un lieve ridimensionamento. In crescita anche le licenze del commercio ambulante.

Le performance migliori arrivano da alberghi, bar e ristoranti, che continuano a crescere. In centro storico le imprese del comparto sono passate dalle 255 del 2008 alle 304 del 2018 (+19%, +49 in valori assoluti); fuori dal centro, dalle 249 di dieci anni fa alle 312 di ora (+25%, +63 in valori assoluti). Segno che i consumi del fuori-casa sono in aumento, nonostante la crisi, e che il turismo dà segni importanti di risveglio. Ma anche qui, secondo la Confcommercio, c’è un rischio all’orizzonte: quello che si inneschi un meccanismo di concorrenza esasperata tale da ridurre in maniera significativa i margini di guadagno delle imprese, e di conseguenza gli investimenti per l’innovazione

“È un’evoluzione da monitorare attentamente, quella che ci mostrano i dati della nostra indagine, e che è purtroppo in atto a livello nazionale”, sottolinea la presidente di Confcommercio Toscana Anna Lapini, “ad Arezzo il centro storico mantiene il suo appeal ed è ancora l’area preferita per chi vuole aprire un’attività commerciale, ma anche qui i numeri dei negozi si stanno riducendo. Colpa della crisi dei consumi? Forse, ma di sicuro non è l’unica ragione, c’è di mezzo anche un profondo cambiamento degli stili di consumo e del modo di vivere la città. Se vogliamo mantenere Arezzo attrattiva, accogliente, sicura e vitale dobbiamo fermare questa emorragia lenta di negozi di vicinato e riscoprire il valore sociale - oltre che economico - dello shopping sotto casa”.

“Da una parte abbiamo una riduzione dell'offerta commerciale, dall’altra una evoluzione disordinata delle strutture di ristorazione e alloggio”, dice il direttore di Confcommercio Toscana Franco Marinoni, “il pericolo è che di questo passo le nostre città si impoveriscano. Per rilanciarle c’è bisogno di un piano nazionale per la rigenerazione urbana, fondato sul riconoscimento del rapporto strettissimo tra commercio e vivibilità delle nostre città, e di misure dedicate al sostegno e all'innovazione delle piccole superfici di vendita”.

L’analisi dell'Ufficio Studi di Confcommercio ha preso in esame 120 città italiane (tutti i capoluoghi di provincia più 10 comuni di media dimensione).

A livello nazionale, sono 64mila i negozi scomparsi negli ultimi dieci anni. Nel periodo 2008-2018 i centri storici hanno perso il 13% dei negozi in sede fissa, -14% al sud con divario di 4 punti percentuali rispetto al centro-nord. Rispetto alle periferie il divario è di circa il 3%. Crescono i negozi di tecnologia e le farmacie, cade il numero dei negozi tradizionali, che escono dai centri storici per trasformarsi nell'offerta delle grandi superfici specializzate fuori dalle città. Il calo dei consumi reali pro capite ha comportato una perdita di negozi in sede fissa. Quando salgono i consumi il numero di negozi resta stabile. L'impatto della popolazione è positivo, la sua riduzione determina maggior desertificazione delle città. Secondo le stime dell'Ufficio Studi, il 70-80% della riduzione dei negozi dei centri storici è dovuto a razionalizzazione e scelte relative a scarsa redditività e competizione con e-commerce, centri commerciali, parchi e outlet.

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